Intorno al termine “Hybrid Cloud” si sta formando un crescente interesse nel mondo enterprise. I motivi di questo interesse sono facili da intuire: la promessa del Cloud Ibrido è quella di un’architettura privata totalmente sotto controllo, ma scalabile all’esigenza in maniera semplice e trasparente. In poche parole, il sogno di ogni responsabile IT.

L’approccio ibrido ingolosisce aziende e organizzazioni promettendo una nutrita serie di vantaggi:

  • Accelerare il rilascio e il time-to-market di prodotti e soluzioni
  • Scalare le applicazioni per rispondere alla richiesta dei clienti
  • Spostare applicazioni da e verso il cloud secondo le proprie esigenze e le proprie tempistiche
  • Ridurre il tempo speso nella gestione dell’infrastruttura
  • Concentrare gli sforzi su quello che davvero interessa al core business dell’azienda
  • Risparmiare sui costi migliorando l’efficienza e l’utilizzo delle risorse

Il termine, tuttavia, è tutt’altro che nuovo. Già nel settembre 2011 una pubblicazione del National Institute of Standards and Technology (NIST) ne forniva la seguente definizione:

Hybrid cloud. The cloud infrastructure is a composition of two or more distinct cloud infrastructures (private, community, or public) that remain unique entities, but are bound together by standardized or proprietary technology that enables data and application portability (e.g., cloud bursting for load balancing between clouds).

 

Oltre a darci evidenza della nascita – tutt’altro che recente – del termine, questa definizione pone con precisione i termini per cui si possa effettivamente parlare di “Cloud Ibrido”. Secondo il NIST un’architettura ibrida deriva dalla composizione di due o più infrastrutture cloud, siano esse pubbliche, community o private (si rimanda al documento per le relative definizioni).

In altre parole: un sistema di backup del proprio database o delle proprie macchine virtuali sul cloud NON è un esempio di cloud ibrido, così come NON lo è un’applicazione Web con un frontend cloud e un database on-premise – per quanto progettata in modo performante e load-balanced.

 

Affinché si possa parlare di Hybrid Cloud occorre che delle vere e proprie infrastrutture cloud siano connesse ed interoperanti; vediamo allora quali sono, sempre secondo l’autorevole parere del NIST, le caratteristiche di una autentica infrastruttura cloud:

  1. On-demand self-service: un consumer della piattaforma deve poter riservare risorse di computing, networking e storage senza la necessità di un intervento umano.
  2. Broad network access: le risorse devono essere disponibili sulla rete e accessibili attraverso piattaforme eterogenee (thin o thick clients).
  3. Resource pooling: le risorse devono poter essere allocate a molteplici consumer secondo un modello multi-tenant, in funzione del quale esse possono essere assegnate/riassegnate in funzione delle necessità.
  4. Rapid elasticity: le risorse devono poter essere allocate e rilasciate automaticamente al fine di scalare rapidamente in funzione del carico. Ogni consumer deve potersi comportare come se le risorse a sua disposizione fossero infinite.
  5. Measured service: l’architettura deve automaticamente controllare e ottimizzare l’uso delle risorse implementando features di monitoraggio disponibili sia al provider dell’infrastruttura che ai consumer.

Questi requisiti trovano immediata risposta all’interno delle offerte di cloud pubblico come Google Cloud Platform. Questo non ci deve sorprendere: del resto, Google, come altri colossi dell’IT, ha da sempre dovuto implementare la propria infrastruttura di computing, storage e networking in modo scalabile ed elastico, per rendere disponibili i propri servizi a miliardi di utenti ogni giorno.

Ciò che fino ad oggi ha costituito l’ostacolo principale per una reale diffusione del modello ibrido è la difficoltà di implementazione, all’interno delle aziende, di vere e proprie piattaforme private cloud: esse richiedono non solo un importante investimento tecnologico di lungo termine (che si contrappone alla tendenza di acquistare hardware e risorse on-demand, in risposta alle esigenze dei singoli progetti), ma anche – e soprattutto – una vera e propria rivoluzione nella gestione dell’intero ecosistema IT aziendale. Sviluppo e deployment, data governance, sicurezza, monitoring: nella transizione verso un modello cloud, ognuno di questi aspetti subisce una trasformazione che impatta profondamente sulla cultura aziendale.

Per supportare questa trasformazione serve sicuramente un top management determinato e lungimirante, che sappia vedere i vantaggi del nuovo approccio al dì là dell’inevitabile periodo transitorio. D’altra parte sono necessarie tecnologie avanzate che rendano questo periodo transitorio più breve possibile. Fino ad oggi queste tecnologie non esistevano: i pochi esempi disponibili erano complessi da implementare e presentavano lacune importanti sotto diversi aspetti, come la sicurezza. Oggi (sebbene ancora qualcuno pensi il contrario) la situazione è cambiata. La maturazione di diverse tecnologie hybrid cloud, alcune delle quali aperte al mondo Open Source da parte di aziende con decenni di esperienza nel settore, rende sempre più reale la prospettiva di costruire in modo semplice un’infrastruttura cloud dentro le mura della propria azienda.

Nel mondo Google, la tecnologia di riferimento, a sua volta basata sul concetto di containerizzazione, è Kubernetes, le cui recenti evoluzioni puntano proprio verso direzione dell’hybrid cloud. Nel prossimo post esploreremo più nel dettaglio questa tecnologia, entrando nel merito della proposizione Noovle in tema Cloud Ibrido, e presenteremo un esempio di deploy di una infrastruttura basata su Kubernetes, Stay tuned!