Quello appena trascorso è stato un periodo intenso, qui nel Cloud. Marzo ha visto lo svolgimento di GCP Next, l’evento Google interamente dedicato alle tecnologie Cloud. Poi è stata la volta di Google I/O, la conferenza di riferimento per tutti gli sviluppatori Google: decine di sessioni e codelab sulle più recenti innovazioni di Android, Chrome, Firebase e – ovviamente – Google Cloud Platform.

Google I/O 2016 Logo

Nel post Top 10 GCP sessions from Google I/O 2016, Jo Maitland riporta i talk a tema Cloud più significativi di quest’ultima edizione. Il mio preferito è Election 2016: The big data showdown, in cui la potenza di BigQuery viene messa in campo per analizzare dati social relativi alle primarie USA 2016.

Un altro intervento degno di nota è One Lap Around Google Cloud Platform, in cui Mandy Waite e Brad Abrams lottano contro il famigerato demo effect per effettuare il deploy di un backend node.js per una applicazione mobile e, con l’occasione, illustrano un bel numero di componenti di GCP: Container Engine, Container Registry, App Engine (Flexible Environment), per nominarne alcuni.

Un terzo speech, Making sense of IoT data with the cloud, ci mostra come progettare un’architettura data-driven scalabile per l’ingestion di messaggi da sensori e dispositivi: in questo caso giocano un ruolo fondamentale Cloud Pub/Sub, Cloud Dataflow, Cloud Bigtable.

Google I/O 2016: Architettura IoT

Tutti gli strumenti presentati appartengono – nessuno escluso – alla categoria Platform-as-a-Service.

Breve recap per i neofiti: nel modello Platform-as-a-Service (PaaS) il provider Cloud offre servizi – di computing, storage, analytics, eccetera – che consentono agli sviluppatori di concentrarsi sulla logica della loro soluzione, piuttosto che su aspetti collaterali (ma indispensabili) come configurazioni, manutenzione, scalabilità e affidabilità, con indubbi vantaggi sul breve e sul lungo termine.

Si contrappone alla cosiddetta Infrastructure-as-a-Service (IaaS), che rappresenta invece il paradigma “tradizionale” in cui il provider mette a disposizione il solo layer di infrastruttura, generalmente costituito da macchine virtuali, Storage e Networking.

Urs Hölzle, Senior VP of Technical Infrastructure in Google, ha parlato di questo  argomento nel Keynote di apertura dell’evento GCP Next di marzo, citando tre distinti periodi – o “ondate”, waves – che hanno caratterizzato l’evoluzione del Cloud fino ad oggi. Le riporto qui (nota: l’elenco che segue cerca di riassumere in poche righe un discorso di diversi minuti: il consiglio è ovviamente quello di gustarselo tutto, qui)

Wave 1: colocated hosting

Anche noto come housing, ha costituito la prima forma di “cloud computing”. Le tue macchine, nel datacenter di qualcun altro. La gestione era a tuo carico.

Wave 2: virtualized data centers

Sia le macchine che il datacenter sono di qualcun altro. Tu puoi prenderle in affitto, ma la loro gestione è sempre a tuo carico.

Wave 3: automated services, scalable data

Qualcun altro mette a disposizione servizi No-ops e fully-managed, così tu puoi investire le tue energie sullo sviluppo della tua applicazione.

Questa terza wave rappresenta il futuro del Cloud.

Grazie a strumenti come BigQuery, Container Engine, Pub/Sub, Dataflow – e a un gran numero di tecnologie pronte sulla rampa di lancio, come le promettenti Google Cloud Functions – Google può mettere sotto i nostri piedi una gran bella tavola per cavalcare quest’onda senza andare a gambe all’aria alla prima difficoltà. Tutti gli strumenti sopra menzionati formano infatti una piattaforma potente e integrata, che va sotto il nome di Serverless Architecture.

Senza oneri di configurazione e manutenzione, e potendo fare affidamento su una piattaforma sicura e scalabile, ogni sviluppatore può sfruttare la Serverless Architecture per dare forma ai propri progetti, o per dirla insieme a Google, “to build what’s Next”.

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